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Politica. Meridionalismo. Blues.

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giovedì 30 aprile 2026

La società reale e quella fantastica.

 


Se volete generalizziamo, anche se risulta poco "serio" nei riguardi di chi truffa i cittadini con comportamenti, per così dire, truccati: 

1) tutti i membri della società distinguono proposte ideali dalle reali; tutti sono in grado di distinguere ciò che si dovrebbe fare da ciò che si fa effettivamente; 

2) in ogni sistema sociale le proposte reali e quelle ideali non coincidono mai perfettamente; 

3) i membri di ogni sistema sociale sono sempre consapevoli del fatto che per la precedente regola la coincidenza perfetta non si verifica; 

4) tale consapevolezza crea a volte disagio e tensioni; 

5) la mancata coincidenza tra schemi reali e schemi ideali non può mai essere spiegata esclusivamente in termini di ipocrisia; alcuni degli schemi ideali sono sempre reciprocamente incompatibili; 

6) alcune possibilità di integrazione sociale sono legate proprio a tale mancata coincidenza tra schemi ideali e schemi reali; 

7) gli schemi ideali e quelli reali non possono coincidere perfettamente per due motivi: in primo luogo, ciò richiederebbe che tutti gli attori sociali avessero una conoscenza perfetta e consapevole di tutti gli schemi ideali e reali in ogni possibile circostanza; in secondo luogo, un sistema di questo tipo sarebbe estremamente precario, perché ogni cambiamento richiederebbe un riassetto immediato e totale di tutti gli schemi ideali e reali.

Ben si comprende dall'eptalogo molto semplificato, che essere turlupinati in sequenza è nelle corde di popoli che non attendono altro. Altrimenti farebbero a meno di darsi in pasto ad ogni occasione elettorale.

venerdì 3 aprile 2026

L'orgoglio sottomesso.

 



Oggi ho sentito dire al Ministro Giorgetti che la situazione geopolitica non dipende da noi. Lo dice riferendosi alla proroga concessa fino a maggio 26 per gli sconti sulle accise dopo gli aumenti indiscriminati dei carburanti di questi giorni.

Questa è una affermazione importante, nel senso che si intuisce che gli Stati Uniti esercitano una pressione fortissima sugli Stati “alleati” tale da non fornire alternative ideologiche e di manovra ai governi che lo affiancano acriticamente.

Eppure l’esito più significativo dell’avvento delle destre al governo doveva essere quello di creare in tempi brevi nei cittadini italiani un profondo senso di orgoglio per la propria indipendenza e autodeterminazione.

La sensazione di essere padroni del proprio destino, di tener testa ad altri Paesi e ai cattivi leaders avrebbe dovuto rendere il periodo estremamente eccitante e significativo per gli individui coinvolti. L'orgoglio nazionale può costituire un importante sostegno per un governo anche quando questo ha cominciato già da tempo a sperimentare notevoli difficoltà economiche o politiche.

Ma in Italia questo non succede, l’orgoglio nazionale non fiorisce. Non dico che non rinasce, non fiorisce. Di anni dall’avvento delle destre ne sono passati quattro, mi pare; da quel momento non ricordo nulla di veramente innovativo o caratteristico per le destre autoctone, che di nuovo hanno proposto un’alleanza antistorica con gli Stati Uniti retti da un’Amministrazione talmente egoista e incostante da mettere il governo italiano, dentro l’Europa retta dai centristi rosacei e azzurrini uniti per dividersi, nelle condizioni di soffrire – per la verità a soffrire sono le classi meno abbienti del popolo italiano – un anacronistico malessere economico.

La richiesta di indipendenza dall’Europa si dovrebbe trasformare nella richiesta di indipendenza dagli Stati Uniti; ma una tale giravolta richiede un coraggio qui sconosciuto. L’orgoglio è il coraggio di rivendicare la propria autonomia politica, mentre si rivendica la dipendenza petrolifera e dagli altri idrocarburi facendocela pagare carissima. E si opera con pezze e toppe, come sempre. L’Italia del calcio non riesce, come e più del resto, a dimostrare orgoglio. Il Paese è al contrario umile, in bambola, completamente.

Un vero, clamoroso insuccesso politico e culturale.

martedì 31 marzo 2026

Erano anni veri?

 In questo eterno presente si perde la memoria. Non solo quella antica, ma anche quella recente, dell'altro ieri.

Erano i tempi del Nobel ad Arafat, Peres e Rabin. Nel 1994. Sembrano passati secoli. Se si soppesano i Nobel di allora e quelli di questi tempi osceni, si resta tramortiti dalla voragine simbolica e culturale che divide i trent'anni in questione.

Nel 1994 il re della guerra, Trump, annaspava in gravi difficoltà economiche e finanziarie. Perse in quell'anno più di un miliardo di dollari e in molti suoi colleghi nella rapacità non avrebbero scommesso nulla sulla sua “ripresa”. Come si sbagliavano.

In quegli anni, prima che il terrorismo palestinese diventasse ancora più feroce e prima che Israele andasse in mano alle destre violente, il confronto tra ebrei e cristiani ancora permetteva confronti del seguente livello: “al sesto giorno di azione, Dio cessò di agire o si riposò?”

La domanda richiede forme di riflessione ora sconosciute a noi e ai violenti che governano con la paura nelle bocche di cannone pronte a sopprimere la nostra forma di vita.

Come recuperare speranza?

mercoledì 11 marzo 2026

Il rifiuto della ricerca del senso di alcune parole.

 

Il rifiuto della ricerca del senso di alcune parole.

Negare l’evidenza è un mezzo portentoso di difesa. Di fatto quello che succede nella nostra società non tocca gli interessi di tutti i cittadini contemporaneamente e molti non si sentono in alcun modo toccati dai limiti e norme imposte dai governi, dalle Istituzioni. Questo fatto, a noi cittadini, come dire, normali, ci mette provvisoriamente al riparo dalle intenzioni di maggiore controllo delle classi temporaneamente in vetta al potere e contemporaneamente fa percepire come lontani i cambiamenti sociali. Tiriamo avanti lo stesso e le difficoltà sono di tutti e per tutti.

Se ci si ferma un solo secondo a riflettere ci si rende conto che non è così. Un senso di incapacità alla reazione ci assale; i problemi quotidiani fanno il loro lavoro, ci usurano, ci indeboliscono.

Se stanno bene gli ultimi stanno bene praticamente tutti. E siccome gli ultimi stanno peggio da un bel po’ sarebbe il caso di fare in modo di stare meglio tutti, almeno nelle intenzioni. Almeno dovremmo cercare di identificare i problemi sociali e difendercene.

E’ da qualche tempo che avverto un certo andamento lento verso forme di autoritarismo, evidentemente in cerca di assetti diversi della politica e della derivante burocrazia. Per un cittadino qualsiasi come me, l’autoritarismo, sebbene e per fortuna ancora non conclamato, è un sistema dove la classe politica non rende conto del proprio operato, dove non esiste una mobilitazione politica capillare e in cui un leader, o a volte un gruppo neanche troppo numeroso, esercita il potere nella apparente normalità.

Sarebbe importante, e non aspetto altro che leggere considerazioni degli scienziati della politica del merito, una ricerca sulle credenze che sostengono l’autoritarismo o forme simili del potere e sul ruolo dei cittadini nel processo politico.

Apparentemente ci sono dei fatti che sembrano dare alibi all’autoritarismo: c’è un grado più elevato di sviluppo economico e sociale, come l’occupazione che cresce ma a salari bassi, troppo bassi. La burocrazia tende a escludere dalla vita politica settori popolari politicamente attivi, la coalizione tra alcune industrie, come l’industria bellica e i tecnocrati dei settori pubblico e privato, sempre in collaborazione con le analoghe industrie di altri potenti Paesi e pure con il sostegno delle classi sociali minacciate dalla mobilitazione operano giustificando i loro investimenti come indispensabili.

Cosa sta cambiando? Non so, non ho gli strumenti per capire. Cerco sempre di non perdere la fiducia, ma mi pare che si stia perdendo la capacità di mobilitarsi e di partecipare all'attività politica. Siamo remissivi nei confronti della privatizzazione e degli incentivi non ideali, inclusi gli interessi economici personali. Pochi diritti chiesti e dati, ottenuti. L'apatia e l'indifferenza politica sono tollerate, anzi, incentivate. Il caso del prossimo referendum sulla Giustizia è un’eccezione: qui conta il singolo voto, quindi si affannano a coinvolgere su questioni apparentemente tecniche, ma ricche di segnali premonitori. Questione che va arginata, i poteri dello Stato dovrebbero essere… Basta così, non sono un tecnico ma avverto rischi, eccome se li avverto.

Buon voto.

venerdì 13 febbraio 2026

Referendum? Cose da vecchi.

? Cose da vecchi.

Referendum? Cose da vecchi.
Le elezioni o i referendum non hanno più, dovremmo farcene una ragione, significato sostanziale e non caratterizzano un’effettiva competizione. Nel senso che sono fuori portata da giustificazioni generali da parte di elettori assuefatti. Esse hanno soprattutto un significato simbolico di legittimazione, espressione di consenso e sostegno a favore del governo da parte di una società civile controllata e non autonoma.
Nella nostra società, segmentata, se non frammentata, su questioni “calde” (ad esempio, l'integrazione razziale o l’attuale “chiamata a sostegno” sulla “Giustizia”), il referendum è controproducente: non chiude ma semmai aggrava i conflitti, mantiene costanti le differenze ed istiga malumori sociali.
Esiti negativi di referendum in qualsiasi forma, incideranno sul dibattito politico-parlamentare in materia di riforme istituzionali e costituzionali. Convincerà i parlamentari non a parlarsi politicamente, ma a frammentare, ridurre, minimizzare sostanzialmente i quesiti referendari, facendoci votare su questioni di portata più circoscritta, questioni che appaiono urgenti e maturi solo a costoro.
Perditempo. Trafficoni. Intrallazzatori. Petulanti. Doppiogiochisti. Giocatori d’azzardo. Interessati al Potere e null’altro. Sto parlando degli incollati alle poltrone con ideologia a corredo, certo.
E quindi non voteremo, a parte i tifosi.

martedì 30 dicembre 2025

Vietato sottovalutare.

Mi va di rivalutare il comportamento di ogni singola pecora del gregge. Sia detto senza alcuna smania di offendere qualcuno.

Di questi tempi si additano persone che non avrebbero né voglia, né tempo e né interesse a scegliere tra due o più opinioni; tra due o più schieramenti, forse perché non è al centro dei loro pensieri il posizionamento sociale, tantomeno quello politico.

A volte anche noi, quelli per così dire motivati, usciamo dal chiuso a uno, a due, a tre alla volta mentre altri stanno timidi a occhi bassi ad aspettare. Quella bella forma di attesa prudente dettata dalla saggezza popolare. Quello che fa la prima pecora poi lo fa la seconda e così via. Se la prima si ferma, le altre pure; si fermano anche se non sanno perché. Ma l'andamento è onesto, regolare, per niente violento o agitato.

Verrà il momento, il prossimo anno, di un cambiamento dell'assetto sociale e politico italiano?

No. Buon anno.

domenica 23 novembre 2025

La Lista Civica, serve?

 


La Lista Civica, serve?

La prima considerazione che mi viene in mente è che c’entra moltissimo il gradimento e la notorietà locale del candidato a Sindaco in una elezione locale. Le liste civiche a sostegno sono una espressione logica del pensiero del candidato forte. Se il candidato a Sindaco non è dotato di ampia autonomia rispetto ai partiti di riferimento o di collocazione ideologica, la necessità di affrontare situazioni particolari e problemi di carattere territoriale precisi può portare alla ricerca di soluzioni di coalizione diverse da quelle nazionali. E questo è un limite, secondo me. Da elettore schierato non la vivrei bene, vista la inevitabile variabilità delle decisioni che una simile amministrazione a guida personalistica potrebbe prendere.

Il contesto elettorale sarebbe contraddistinto dalla indispensabile “visibilità sociale” del candidato Sindaco. Potrebbe realizzarsi quello spiacevole imprevisto dettato da movimenti politici locali di “notabili” o presunti tali. Questo tipo di situazione fa entrare dentro la competizione questioni che riguardano la posizione economica autonoma, la posizione sociale, l'attività politica svolta in modo occasionale e, presumibilmente, in rottura con le strutture dei partiti tradizionali. La qual cosa non è sempre negativa, solo che separa sempre più la posizione politica del candidato dalla esclusiva “sapienza e autonomia amministrativa” nella gestione del Comune. Resta un problema di non poco conto, questo. Chi preferisce separare l’amministrazione contabile, ragioneristica e progettuale dal pensiero politico a guida delle decisioni, potrebbe incorrere in decisioni contraddittorie, deludendo gli elettori – esclusi coloro che scelgono la persona a prescindere votando una delega in bianco – che vorrebbero ognuno essere assecondati nei loro desideri e attese.

I membri delle liste civiche e i loro sostenitori si riuniscono solo periodicamente, in occasione delle elezioni, per preparare le liste dei candidati e la campagna elettorale. E’ una sorta di associazione basata essenzialmente su individualità in una situazione di ristretta competizione elettorale. Il partito è (dovrebbe essere) invece organizzato sulla base di comitati elettorali e il rapporto con i gruppi di elettori non è basato su meccanismi di delega, ma sulla fiducia verso chi la pensa allo stesso modo. Teoricamente, come ci dimostra la politica ondivaga a livello nazionale dei partiti sopravvissuti al populismo.

I partiti, anche a livello locale, avrebbero (dovrebbero avere) invece una articolata organizzazione, da cui deriverebbe rapidità di decisione, uniformità, disciplina; cose che ne farebbero uno strumento politico molto più efficiente ed efficace delle liste civiche.

Guardiamo lo scenario attuale, in cui anche partiti organizzati a livello nazionale presentano localmente situazioni talmente scabrose da finire con il facilitare la nascita di movimenti locali insubordinati a qualsiasi logica politica coerente. Le correnti personali nelle singole sezioni del territorio trasformano la mancanza di un’ideologia complessiva decisa dalle assemblee nazionali, dai congressi e dalle segreterie, in singole tribù guidate dal potente di turno, con deviazioni che, quando non fanno accapponare la pelle per le contraddizioni che determinano, fanno intendere che la politica è sfruttata anche localmente per coltivare interesse personali o, al massimo, di famiglia e club molto ristretti. Questa ondata dei personalismi dovrà essere in qualche modo smorzata, pena il disinteresse (in fondo voluto dai candidati e dai dirigenti di partiti e movimenti) verso il momento elettorale. Non stiamo scegliendo un bel niente. Si vede, si?

giovedì 23 ottobre 2025

L'attesa pubblica.

 


L’attesa pubblica.

L’attesa per essere sottoposto a una visita medica presso una struttura pubblica è, alla mia età, una evenienza frequente. Dipende forse dal fatalismo che cresce con l’andare del tempo; dalla facilità relativa con cui si raggiungono le sedi dove si svolgono le visite; dalla consapevolezza che la sanità pubblica è sottoposta ad uno stress continuo. Non mi considero un privilegiato: privilegiato è chi sta abbastanza bene da non dover ricorrere a visite mediche se non sporadicamente.

I problemi veri diventano quasi insormontabili quando le patologie assorbono troppe energie. Quando non c’è alternativa al trattamento medico e clinico; quando le vite vengono trasformate in un inseguimento di un benessere fisico ormai mito, leggenda, desiderio e lavoro.

Ecco, la malattia da curare è un secondo lavoro, se non un primo lavoro. Assorbe tutto l’essere. Pretende il rispetto di scadenze fisse da rinnovare, controlli, interlocutori almeno cordiali. E, come tutte le attività umane, prevede che non siano i disguidi, i ritardi, gli equivoci a dettare e scandire le ore.

La pazienza assume in queste fasi un valore enorme: lo stato di disagio fisico trasforma le persone in pazienti, qualsiasi significato questa parola assuma.

Lo specialista osserva, chiede, si informa. Se serio, comprende anche lo stato d’animo e le difficoltà del paziente. Nelle strutture pubbliche – non convenzionate, non private – queste necessità si acuiscono, diventano bisogni essenziali nel momento della richiesta di rimedi e della proposta di cure.

Per stare bene con chi si convive, nell’ambiente sociale in cui ci si muove, serve stare bene. Lo chiede questa società dei consumi estremi. Bisogna avere la buona sorte di stare bene fisicamente, psicologicamente, con una posizione economica almeno accettabile. Se non si sta bene, questo tipo di società si pregia di dare assistenza in modo, come dire, asimmetrico. Di alcuni servizi medici c’è la presenza, di altri c’è estrema carenza. Ma dei pazienti, i pazienti in tutti i sensi, si capiscono poco, mi pare, le esigenze e le difficoltà a convivere con le patologie.

Chi non sta bene, ha il diritto di non essere paziente.

Attendo di fare le visite e cerco di essere un paziente consapevole.

martedì 21 ottobre 2025

Sereni?

No. Non c'è da stare sereni.

Si può fingere di esserlo, si può essere fatalisti fino a quando dura una presunta autonomia territoriale che è vero isolamento culturale e fino a quando si decide di infischiarsene.
Ma non ci si può eclissare per sempre. Neanche ignorando dietro paraventi da "dolce vita che non c'è", il mostro si muove.
Come si muove? Lo vedremo ora, come si muove: vedremo come si agiterà, il mostro, per dividersi le somme per la ricostruzione dei territori distrutti. Questo è il metro per verificare quanto è costata la carneficina e la distruzione di un territorio già pesantemente condizionato da terrorismo e oppressione.
Se vogliamo guardare la situazione dal punto di vista delle vittime in vita o delle vittime ormai perse. Dal punto di vista economico (cinismo assoluto), è tutto un affare che fa lucrare miliardi.
La "riparazione dei danni di guerra", la chiameranno. Per molti approfittatori sarà un'occasione per investire, continuare ad arricchirsi, fare propri territori forse da sfruttare per risorse nascoste sotto migliaia di cadaveri, deserti e mari antistanti.
Due righe tratte da uno studio di una rivista specializzata (Archivio Giuridico Filippo Serafini) forse servono. Ma non ho pretese di suscitare interesse in tutti.
Dolorosa lettura, che riguarda noi italiani. Se ancora lo siamo.
"Interi paesi arsi e demoliti; consumati in un forzato pellegrinaggio tutti i risparmi degli abitanti; incolte e devastate le campagne; abbattute e rovinate le foreste; disperso il bestiame; colpiti da sincope gli istituti di credito, svaligiati i negozi; fermo da mesi il lavoro degli stabilimenti."...

venerdì 26 settembre 2025

Viva il candidato!

Non dovrebbe essere difficile candidarsi a qualsiasi incarico elettivo pubblico. Probabilmente, fatto una volta lo rifaresti sempre. Una specie di catarsi, una verecondia che lascia trasparire la megalomania della rappresentanza.

Rappresentare altre persone mettendo sul tavolo le competenze accumulate (professionali e non), una capacità innata di intrattenere persone con diverse aspettative (personale e sociali), una vera e sincera ideologia politica. Un sogno per l'uomo e la donna di oggi.

L'inconsistenza dell'attività politica di questi tempi fa credere che l'accesso alla rappresentanza e al potere (vero o presunto) che essa promette siano o possano essere reali. Che truffa! Una lista di persone può rappresentare una larga fetta di popolazione (per lo più disinteressata) e fare immaginare una linea programmatica seria con pochi giorni a disposizione e senza aver frequentato la stessa area politica se non per poco tempo? No, se la lista è raccogliticcia, piena di condizionamenti e ambiguità: infatti molte persone non votano più.

Se si assiste ad eventi di presentazione di liste con la necessaria pazienza e senza tifare come una claque, si può andare incontro a diversi spettacoli involontariamente comici: denuncia delle difficoltà e incapacità avversari; comizi con elenco di sani principi; elenco titoli, meriti e preparazione culturale, politica e sociale della propria parte politica; mancanza di riferimenti su linee programmatiche relative alle caratteristiche dell'Ente che si intende amministrare con i meriti e i titoli dei candidati; soldi per sviluppo ma con vana ricerca dell'originalità che non lascia dubbi sulle vere intenzioni del gruppo di comando.

Non è difficile candidarsi, dunque. E' il perché che sfugge. Conviene prepararsi da ora per le prossime tornate, nel caso qualcuno si dimetta per ricandidarsi ancora.



martedì 9 settembre 2025

Alzare le mani.

 



Alzino la mano coloro che sperano che l'operazione "Ponte sullo Stretto" non venga mai paragonata al Piano Mattei. Si, il Piano Mattei, quella serie iniziative economiche e sociali rivolte ai Paesi Africani, non organiche e prive di progettualità "esperta", come affermano in commissioni parlamentari italiane ben frequentate, che consente allo sforzo economico presunto e dichiarato di avere successo. Il Piano Mattei è una iniziativa che serve a costruire nel tempo una risposta - non si sa quanto efficace - alle politiche espansionistiche cinesi nel continente africano, non è che non s'è capito. Alimentando economicamente i governi interessati, l'Italia cercherà di creare consenso politico locale, favorendo le Aziende energetiche e minerarie italiane coinvolte nella estrazione di idrocarburi e minerali, in una competizione mascherata in finanziamenti per lo sviluppo. Ecco il possibile collegamento con l'operazione "Ponte sullo Stretto". Si levino di mezzo le ambizioni estrattive e risulteranno visibilissime le ambizioni di estrazione storica, culturale e poi geologica e turistica di un luogo che nella sua unicità e integrità l'aspetto più correttamente finanziabile. Occasione di sviluppo e lavoro? Ponte sullo Stretto e Piano Mattei nascono già stanchi e con l'impossibilità di essere compresi dalle popolazioni interessate, lasciate anzi ai margini delle operazioni, visto che gli operatori interessati sono le multinazionali.

Calabresi e Africani falsamente sorretti da investimenti disallineato con la storia e le vere necessità locali. Abbiamo capito da tempo le intenzioni dei politici interessati. Almeno noi contrari, che i favorevoli non vedono l'ora di essere parte dello spreco.

venerdì 5 settembre 2025

I comizi.

L'assenza di oratori comincia a pesare. L'assenza degli oratori politici, per essere chiari. In questo ennesimo momento elettorale, è il motivo principale del decadimento e della perdita di dignità dei concetti che i candidati vorrebbero rendere fondamentali e che invece si risolvono in una serie di ingiurie, invettive, elenchi di pregi e difetti propri e degli avversari.

Prendete Gorgia, filosofo che frequentò la Magna Grecia e Atene e da cui più di uno dovrebbe prendere spunto. Egli diceva che


un oratore, attraverso la retorica, possedeva l'abilità di persuadere con i discorsi, i giudici in un giudizio e cittadini in un comizio o in una adunanza. L'arte oratoria che ci fa credere senza sapere, non quella che insegna sulle questioni, nel merito.

Poco spazio alla razionalità, nella scelta della parte politica, dove l'obiettivo è la immediata credenza senza basi scientifiche. Ed è lì che serve un oratore, che nelle ultime concitate ore di campagna elettorale sforna discorsi che definire modesti è un complimento. La politica della fase elettorale è lusinga, i contenuti sono velati anziché svelati, è l'azione coercitiva di un individuo sopra un altro, sopra un numero imprecisato di altri.

La parola è dominatrice. Ha un corpo piccolissimo e invisibile. Toglie le paure, elimina il dolore, suscita gioia e pietà, fa realizzare l'impossibile e l'incredibile. Ma non ci sono gli operatori politici della parola, quelli come i democristiani del 1962 che aprivano al centrosinistra, quelli che spiegavano, sempre in quegli anni, quanto fosse necessario il Mercato Unico, la sanità pubblica, il lavoro per tutti.

Ora è il momento del fiele fabbricato in Italia e distribuito via social. Bisognerebbe agire selezionando a partire dalla violenza delle parole, dalla loro presunta efficacia; molto spesso dalla loro indiscutibile inutilità, quando escono da bocche e menti di persone senza potere di rappresentanza.

mercoledì 6 agosto 2025

Titoli di merito.

Gaza. Gestione dissesti. Dazi. Lavoro precario e sottopagato. Spiagge semivuote. Intrattenimento culturale. Candidature automatiche e dimissioni tattiche. Fondi Pnrr ex Sud al Nord. Trasporto e accompagnamento criminali. Lobby: armi, energie, alimenti. Riforme condivise solo nel governo. Con l’Europa ma contro l’Europa. Con la Russia ma contro la Russia. Con gli USA mai contro gli USA. Immigrazione. Albania. Rivalutazione ideologie antichissime. Informazione piegatissima. Ponti costosissimi. Sanità, costi e privilegi. Diritti e rovesci. Eccellenze.


Ma questo governo ha anche dei difetti diversi: non riesce a costringere gli oppositori a maturare comportamenti decisivi.


martedì 1 luglio 2025

Il crollo da ridicolizzare (ma c'è stato, il crollo?)


 

 
Questi social sono discariche di opinioni non meditate, comprese le mie, certo.
Meno male che ci sono riferimenti storici e letterari a cui aggrapparsi.
Per esempio, il caso del caldo che scioglierebbe reticolati di acciaio, mentre la cronaca, il fatto stesso che sia crollata la struttura è finita nel cassetto. Cos'è, normale, che sia crollata?
C'è chi afferma sarcasticamente che non è possibile che il caldo sciolga l'acciaio ( ma guarda...), c'è chi deve spendere pazienza e rifarsi nei commenti ai movimenti del metallo sotto il calore.
È questione di senso delle parole e qui Dante ci spiega:
"C'è un senso letterale (e questo è quello che non si stende più oltre de la lettera delle parole). L'altro si chiama allegorico, e questo è quello che si nasconde sotto 'l manto di queste favole, ed è una veritade ascosa sotto bella menzogna. Lo terzo senso si chiama morale, e questo è quello che i lettori deono intentamente andare appostando per le scritture. Il quarto senso si chiama anagogico, cioè sovrasenso; e questo è quando si spone una scrittura per la gloria eterna."
Dite che è complicato? Perché, non siamo fieri e orgogliosi di essere italiani un giorno si e l'altro pure?

venerdì 13 giugno 2025

Cosa stanno per diventare i Sindacati nel neoliberismo italiano.

 


 

“Ammettiamo che uno degli obbiettivi dei sindacati consista nel far alzare i salari, anche oltre il livello del mercato”. Questa semplicistica frase sembra sia la più gettonata tra le definizioni odierne di sindacato, ma, approfondendo un poco l’enorme problematica, essa risulta minimalista. Cosa succede quando i sindacati non riescono ad ottenere risultati economici per i lavoratori durante i confronti con le Aziende e lo Stato? (tenendo presente che il sindacato ottiene risultati per tutti, anche per i lavoratori non iscritti). Succede che il suo ruolo diventa più politico, più da mediatore sociale che da parte in causa per il trattamento economico dei lavoratori.

Gli obbiettivi del Sindacato sarebbero: 1) la sicurezza economica dei lavoratori; 2) contribuire a creare le opportunità di migliorare le capacità professionali dei rappresentati; 3) cercare un trattamento economico equo; 4) stimolare il senso di appartenenza alla comunità di lavoro.

E qui devo fermarmi, perché le mie conoscenze non mi garantiscono di non cadere nel pressapochismo, in errori storici e interpretazioni superficiali dei moderni sindacati. A questo proposito e a scanso di equivoci ricordo di aver letto un aneddoto, sui sindacati, protagonisti volpi e ricci:

“Le volpi conoscono molte cose”, dicevano i greci antichi, e a ragione si può aggiungere, perché le cose da conoscere sono molte… Ma molti vogliono semplicità e certezza - l'unica grande cosa che il riccio conosce - per guidare i loro pensieri; una visione centrale che dia coerenza a tutte le loro percezioni; un'unica spiegazione che dia senso a tutti gli eventi. Alcune volpi cercano di aiutare i ricci, anche se i ricci raramente apprezzano l'offerta di aiuto”.

Per dire che le cose cambiano, i sindacati pure, quando perdono l’oggetto sociale e cercano nuovi ruoli (soprattutto i dirigenti).

Malgrado questi sviluppi, gli accordi clientelari, anche se organizzati in modo nuovo, sembra esistano non solo ai margini, ma anche nel cuore stesso della struttura istituzionale dei sindacati. L’occupazione (spesso scarsa), gli scadenti servizi pubblici, l’accesso all'amministrazione e ai beni pubblici sempre laboriosa - hanno continuato a essere regolate secondo criteri e relazioni di tipo clientelare-privatistico. Esse sono distribuite da patroni diversi: uomini politici, funzionari pubblici, o organizzazioni come partiti politici, sindacati o loro rappresentanti. In cambio questi ricevono voti o qualche forma di fedeltà o addirittura servizi personali.

I quesiti più importanti però restano senza risposte: potremmo definire il sindacato generalmente indicato un sistema completamente “corporativizzato”? Le organizzazioni sindacali sono o saranno da oggi in poi cooptate nel processo decisionale del governo? I Sindacati sono fortemente legate ai partiti politici e prendono parte alla formazione delle iniziative politiche in una sorta di reparto funzionale del lavoro?

I Sindacati cambiano. Diventano gruppi di pressione che cercano di ottenere agevolazioni per i propri aderenti influenzando la produzione legislativa tramite pressioni sul governo e sul parlamento, se riescono (ma non ci riescono). Il sindacato potrebbe entrare ormai direttamente nel sistema politico come “soggetto primario di azione politica", soprattutto in sede di politica dei redditi e di programmazione economica. Con ottima pace dei lavoratori, finiti nel frullatore di una società politica che non rappresenta i cittadini ma i gruppi di potere, tutti invischiati nella compravendita di benefit personali. A parte eccezioni a cui ci si vorrebbe aggrappare, come sempre.

martedì 6 maggio 2025

Spendere e spandere.

 

Dovremmo essere curiosi di sapere come vengono spesi i soldi del PNRR per il Sud Italia. Partendo dal concetto che è stato usato per far accettare i soldi UE (che sono in parte risorse italiane): per cercare di equilibrare le disuguaglianze tra il Nord – anch’esso in difficoltà, si sa – e il resto d’Italia.

Bisognerebbe chiedere e ottenere, da parte dei nostri Parlamentari, rendiconti dettagliati sui progetti approvati, tagliati, finanziati (e in che misura). Soprattutto in relazione alle diverse capacità di fare i progetti delle diverse Regioni per poi farseli finanziare. Un elenco degli obbiettivi raggiunti, delle ricadute reali sulle popolazioni. Smettendo di dire che sono stati spesi “quasi” tutti i soldi. Perché non si vedono gli effetti della spesa: il solo fattore evidente è l’aumento, per i cittadini ininfluente per la qualità della vita, di frazioni decimali del PIL nazionale. Alcune preziose opere le possiamo apprezzare, ma sono piccole opere a fronte di migliaia di progetti sbandierati, migliaia di assunzioni, opportunità senza limiti. Lo vogliamo chiedere, o ci affidiamo al concetto di spreco? Lasciamo stare e accettiamo il concetto populistico di frode internazionale nei confronti del Sud Italia?

Chi sono i Parlamentari a cui chiedere? Facile: a coloro a cui avete dato il voto, se è stato eletto. Sapete chi sono. Costoro si limitano a spiegare che le commissioni parlamentari, la burocrazia creata per spendere le risorse sono al massimo regime di efficienza, che l’80% dei piani e progetti sta vedendo la luce. Ecco, pare furbesca anche la scelta delle parole, manomesse nel loro significato. A me dispiace che i parlamentari di opposizione non siano in grado di pubblicare rapporti leggibili, di fare opposizione chiarendo quali zone d’Italia sono avvantaggiate rispetto al Sud, a cui viene addossata la responsabilità di non sapere spendere. Ma è proprio questo lo sciacallaggio politico ed economico: per equilibrare le condizioni socio-economiche, le opportunità di sviluppo del Sud, lo si accusa di sapere spendere invece di creare le condizioni perché si possano utilizzare le risorse in zone depresse. E come vorrebbero equilibrare le condizioni, forse desertificando un po’ meglio?

Oggi ho seguito l’ennesima seduta parlamentare sul tema: una cosa sconfortante: il governo grida che spendendo benissimo, l’opposizione grida che il merito dei finanziamenti usati dal governo è del Presidente Conte e che le frodi politiche ai danni del Sud sono in atto. E i tagli agli Enti Locali, e poi il riarmo UE; nessuno che si preoccupi di entrare nel merito della pubblicazione dell’elencazione dei progetti. Qui nessuno vuole e, forse, può fare nulla: si spende e si spande, caro Effendi. Poi ci saranno le elezioni, cittadini servili.