L’attesa pubblica.
L’attesa per essere sottoposto a una visita
medica presso una struttura pubblica è, alla mia età, una evenienza frequente. Dipende
forse dal fatalismo che cresce con l’andare del tempo; dalla facilità relativa
con cui si raggiungono le sedi dove si svolgono le visite; dalla consapevolezza
che la sanità pubblica è sottoposta ad uno stress continuo. Non mi considero un
privilegiato: privilegiato è chi sta abbastanza bene da non dover ricorrere a
visite mediche se non sporadicamente.
I problemi veri diventano quasi
insormontabili quando le patologie assorbono troppe energie. Quando non c’è
alternativa al trattamento medico e clinico; quando le vite vengono trasformate
in un inseguimento di un benessere fisico ormai mito, leggenda, desiderio e
lavoro.
Ecco, la malattia da curare è un secondo
lavoro, se non un primo lavoro. Assorbe tutto l’essere. Pretende il rispetto di
scadenze fisse da rinnovare, controlli, interlocutori almeno cordiali. E, come
tutte le attività umane, prevede che non siano i disguidi, i ritardi, gli
equivoci a dettare e scandire le ore.
La pazienza assume in queste fasi un valore
enorme: lo stato di disagio fisico trasforma le persone in pazienti, qualsiasi
significato questa parola assuma.
Lo specialista osserva, chiede, si informa.
Se serio, comprende anche lo stato d’animo e le difficoltà del paziente. Nelle
strutture pubbliche – non convenzionate, non private – queste necessità si
acuiscono, diventano bisogni essenziali nel momento della richiesta di rimedi e
della proposta di cure.
Per stare bene con chi si convive, nell’ambiente
sociale in cui ci si muove, serve stare bene. Lo chiede questa società dei
consumi estremi. Bisogna avere la buona sorte di stare bene fisicamente,
psicologicamente, con una posizione economica almeno accettabile. Se non si sta
bene, questo tipo di società si pregia di dare assistenza in modo, come dire,
asimmetrico. Di alcuni servizi medici c’è la presenza, di altri c’è estrema
carenza. Ma dei pazienti, i pazienti in tutti i sensi, si capiscono poco, mi
pare, le esigenze e le difficoltà a convivere con le patologie.
Chi non sta bene, ha il diritto di non
essere paziente.
Attendo di fare le visite e
cerco di essere un paziente consapevole.