L'assenza di oratori comincia a pesare. L'assenza degli oratori politici, per essere chiari. In questo ennesimo momento elettorale, è il motivo principale del decadimento e della perdita di dignità dei concetti che i candidati vorrebbero rendere fondamentali e che invece si risolvono in una serie di ingiurie, invettive, elenchi di pregi e difetti propri e degli avversari.
Prendete Gorgia, filosofo che frequentò la Magna Grecia e Atene e da cui più di uno dovrebbe prendere spunto. Egli diceva che
un oratore, attraverso la retorica, possedeva l'abilità di persuadere con i discorsi, i giudici in un giudizio e cittadini in un comizio o in una adunanza. L'arte oratoria che ci fa credere senza sapere, non quella che insegna sulle questioni, nel merito.
Poco spazio alla razionalità, nella scelta della parte politica, dove l'obiettivo è la immediata credenza senza basi scientifiche. Ed è lì che serve un oratore, che nelle ultime concitate ore di campagna elettorale sforna discorsi che definire modesti è un complimento. La politica della fase elettorale è lusinga, i contenuti sono velati anziché svelati, è l'azione coercitiva di un individuo sopra un altro, sopra un numero imprecisato di altri.
La parola è dominatrice. Ha un corpo piccolissimo e invisibile. Toglie le paure, elimina il dolore, suscita gioia e pietà, fa realizzare l'impossibile e l'incredibile. Ma non ci sono gli operatori politici della parola, quelli come i democristiani del 1962 che aprivano al centrosinistra, quelli che spiegavano, sempre in quegli anni, quanto fosse necessario il Mercato Unico, la sanità pubblica, il lavoro per tutti.
Ora è il momento del fiele fabbricato in Italia e distribuito via social. Bisognerebbe agire selezionando a partire dalla violenza delle parole, dalla loro presunta efficacia; molto spesso dalla loro indiscutibile inutilità, quando escono da bocche e menti di persone senza potere di rappresentanza.

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