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Nel caso del Comitato Costa dei Gelsomini Possibile, si colse l’opportunità di riconoscere le prassi politiche del Partito Democratiche come inconcludenti e scontate. Realizzate e messe in atto venendo meno alle premesse del suo varo. L’ingresso e la dirigenza dei renziani devastarono la propensione progressista, già larvata e largamente inespressa nei territori e nei governi nazionali, di fatto conservatori. Tutte le energie di quegli anni furono costantemente indirizzate verso la ricerca del consenso senza provocare riforme e atti di governo innovativi, se non nel senso renziano: la conservazione, la riduzione dei diritti dei lavoratori, demansionamenti in ambito pubblico, disconoscimento della tutela dei diritti delle classi produttive a partire dal mancato incremento dei salari, la disparità dei trattamenti economici di genere e tra Nord e Sud, sanità differenziata a sfavore del Sud, istruzione a caro prezzo. Per ognuna di queste classi di problemi ci affannavamo a produrre proposte, a presentarle, a raccogliere firme. Su questo ultimo punto è assolutamente il caso di aprire un capitolo più importante dell’attivismo del Comitato Costa dei Gelsomini.
La troppo veloce storia del Comitato Territoriale Costa dei Gelsomini Possibile iniziò quando io, in preda ad insoddisfazione cronica da frequentazione del PD (lo dico senza vergogna: non è che ci fossero incubatori di pensiero critico di livello molto diverso, al tempo), ricoprendo anche modesti incarichi temporanei come nel caso della necessaria stesura del Codice Etico di Circolo. Stesura compiuta con altri iscritti e, se non ricordo male, portato in assemblea e discusso.
Dentro quel partito stavano accadendo cose. Dal Nord mi arrivò notizia della determinazione politica di un consigliere regionale lombardo, tale Giuseppe Civati che, presente anche nella Direzione Nazionale, iniziava a scrivere, dire e comunicare concetti alternativi rispetto alla star del momento, Renzi. Preciso che qualsiasi voce alternativa al renzismo la leggevo, analizzavo, soppesavo. La questione era anche un’altra: come mai tante persone trovarono in questo centrista funambolico un riferimento politico affidabile. Resta per me un mezzo mistero, tenendo anche conto della premessa: questo partito, allora come ora, se mi è concesso, è alla costante ricerca di consenso fine a se stesso. Di capovolgimenti del modo di operare non se ne parlava e non se ne parla ora, anche con i cambi di Segreteria.
Da quella voce nuova, dunque, mi arrivavano concetti politici altrettanto nuovi e coraggiosi: diritti sociali e diritti civili finalmente uniti. Qualcosa su cui studiare, approfondire, attivarsi. Civati iniziò a girare l’Italia. Incredibile, venne in Calabria, a Polistena, ricordo bene. Il congresso del partito era in preparazione.
Di come si svilupparono le cose ne scriverò nella prossima parte.
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