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Politica. Meridionalismo. Blues.

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giovedì 21 maggio 2020

Troppo nero, troppo vero.


Sam Lightnin’ Hopkins è uno dei miei preferiti. Bluesman viaggiatore senza soste, aveva il terrore dell’aereo. Per questo per moltissimi anni non si spostò dal Texas e Stati limitrofi. Eppure era richiesto, anche in Europa.
Denunciava le condizioni di vita dei neri degli anni delle prime lotte contro la segregazione. E temeva fortemente che nel vecchio continente non avrebbero capito i suoi argomenti.
La segregazione ha questo effetto nefasto, nelle sue vittime: tendono ad auto isolarsi, mentre intorno si fomenta l’odio razziale quotidianamente.
Quest’uomo sul palco si trasformava in un cronista prestato al Blues più nobile, quello fatto da conoscenza dello strumento e testi profondi, tristi, motivati da voglia di rivalsa civile e sociale.
La conoscenza dello strumento non è per Lightin’ tecnicismo. E’ conoscenza del ruolo delle sei corde nel Blues, le strofe pesanti come l’aria appestata del perbenismo, versi drammatici, crudi e radicali.
Creava, come i poeti, la miscela vera, vera anche nel Blues: realtà e poesia in musica.

Vi propongo uno dei suoi pezzi più intensi e conosciuti. Grande Sam.

Baby, Please Don’t Go.
 

lunedì 27 aprile 2020

La politica di oggi è pura reazione.


La politica di oggi è pura reazione. Reazione immediata o tardiva agli eventi, ma mai azione preventiva in senso stretto. Non mischiamo le carte, però: la reazione politica al contagio COVID-19 non può nei fatti essere, per quanto è consentito capire, preventiva oltre poche ore, pochi giorni da oggi. Così sarà per diverso tempo, dicono. Ma la reazione politica è sul presente: ad ogni azione dei governanti corrisponde una reazione, quasi mai assertiva, delle opposizioni. Queste sono scagliate 24 ore al giorno contro ogni decisione che provenga dall’avversario politico, non considerato mai amministratore temporaneo democraticamente eletto che ha bisogno, anche lui, si, di una condivisione delle responsabilità nei confronti della pandemia. Questa può colpire tutti, senza riguardo. In alcune zone del Paese di più, in altre, per ragioni che metterle insieme richiede una task force apposita (un’altra!), di meno, molto meno.
Le disuguaglianze restano lì, l’occasione di una revisione della società c’è ma manca, pare, la maturità della partecipazione al lutto e la conseguente maturità della consapevolezza.
Non si dovrebbe tornare alle stesse manchevolezze di ieri, di quando non c’era il virus. Ma ci sono segnali che portano dritti al desiderio di normalità, la solita normalità diversa in ogni angolo d’Italia, che almeno pone le difficoltà, dubbi e rimedi immediati di sempre, quelli che conosciamo bene. Quelle che servono alle forze politiche per alimentare la concorrenza sul voto e non sui risultati proposti e ottenuti.
E invece dovremmo darci l’opportunità che diamo ai figli. Finanziamo tutto, in ogni modo, vogliamo che abbiano un’opportunità che sia una. A volte riusciamo, a volte no, ma ci proviamo sempre. Il passo successivo è riservato agli illusi, sembra: bisogna difendersi dai furbi, dai sempre presenti potenti avidi, dal furtarello facile fino al furto generazionale. Dallo sfruttamento a ogni passo lavorativo, delle banche e della finanza nazionale e internazionale. Cioè, ci sono troppi sfruttatori pronti a sopraffarci e la risposta è la difesa senza concessioni alla rivoluzione possibile, quella bianca.
C’è proprio bisogno di fidarsi dei fornitori e dei clienti. Si devono trattare bene, se si può. La identica cura che si rivolge a chi dà la possibilità di vivere dovremmo rivolgerla al contenitore di queste persone, il Paese che ci fornisce la chimica e la poesia del vivere quotidiano e lo stesso Paese a cui diamo un motivo per continuare a esistere. Ma lo stiamo maltrattando selvaggiamente. Lo derubiamo, lo scassiamo, lo inondiamo di luci e sostanze tossiche. E pretendiamo da lui aria sempre pulita. A questo proposito, non può sfuggire che l’adattamento dei protagonisti di questa forma di civiltà prevede che un po’ possiamo intossicarci, per vivere in modo più ricco, per produrre e consumare in allegria. Non può funzionare sempre così. La responsabilità è generale, la preoccupazione è soggettiva: si va avanti finché le emergenze ci soffocheranno, finché il baratro sarà ad un passo.
La sempre benedetta classe dirigente ha bisogno di essere rivoluzionata. Deve essere sostituita da persone con mentalità rispettose e fornitori di prassi democratiche generalizzate. Anche, il modo di porsi davanti o dietro le immense problematiche deve essere diverso. Questo lo capiamo, ma forse mancano le donne e gli uomini disposti ad essere diversi, innovatori e non conservatori. Forse.
La baracca ha un costo. La casa ha un costo, come la villa. E via discorrendo, in un crescendo che non vede fine mentre la proporzionalità delle tasse, dovute alla comunità e allo Stato che deve ridistribuire oltre che stampare danaro e dare servizi, è evasa, elusa. Il furto dell’ambiente sano, della società sana e dei servizi egualitari è così compiuto.
L’obiettivo dovrebbe essere: pagare tutti, pagare meno. Tasse, si intende. In modo progressivo, in modo che consentano la corretta dose di benessere agli Italiani, il merito e l’uguaglianza nelle opportunità soprattutto.
Date uno sguardo disinteressato. Meglio, se interessato. Ne dovremmo parlare.
Facebook e Twitter: @CostadeiGelsomini

domenica 5 aprile 2020

Crisi della sovranità.

Da semplice cittadino, con la certezza di riuscire solo a delineare i confini delle mie speranze su come finirà questo periodo inedito della vita, avverto la mancanza di autorevolezza dello Stato, attraverso gli atti e le restrizioni a cui si è sottoposti, alle troppe fonti che suggeriscono e che impongono a cittadini di diverse Regioni italiane comportamenti discordanti tra loro. Comportamenti che provocano “strane” reazioni e, quel che più conta, risultati non coerenti con le attese e a quanto pare anche dannosi negli effetti.
La sovranità dello Stato, questo mi pare, è messa in forse. E’ sotto stress. Questa sensazione di cittadino solo un po’ consapevole è una montagna che ha due versanti, che pratico con forti difficoltà, sicuramente con parole non sempre azzeccate, dovute alla mia visione dello Stato, non giuridica, fatta di sensazioni, come ho scritto prima: uno è il rapporto tra lo Stato e le Regioni, l'altro il rapporto tra Stati in Europa.
Nel primo caso manca, ripeto, secondo me, la capacità dello Stato di porsi come unica sede istituzionale che disciplina le parti sociali. Le Autonomie Regionali, ma anche la prerogativa in ambito sanitario che esse possano organizzare ed erogare il diritto stabilito dall’art. 32 della Costituzione, non stanno funzionando. Le Regioni lamentano la scarsa efficacia dello Stato quando non sono in grado di risolvere l’emergenza da soli, lo Stato non può e non riesce ad essere egualitario nei servizi sull’intero territorio nazionale. In ogni caso, il territorio italiano sembra uno Stato Federale, tante sono le decisioni in campo e molte opposte fra loro. E’ come se ogni Regione volesse ribadire la propria “indipendenza” e “autonomia” economica, sociale, finanziaria e anche scientifica dalle altre. Con tonfi clamorosi, che riguardano l’autorevolezza e la presunzione degli autori delle decisioni, tutte giocate sulle vite degli italiani.
Per quanto riguarda il secondo versante, invece, è certo che alcuni Stati abbiano rinunciato a qualche aspetto della loro sovranità. L'Unione Europea è sede delle contraddizioni che ne risultano. Una unione finanziaria, una unione non completa, di cui gli Stati europei non decidono il destino diverso che vorremmo tutti e che neanche in questo caso riesce ad essere autorevole se non dopo estenuanti richiami ad una utopistica “indole” europea dei cittadini continentali.
Mi resta un altro pensiero e poi prometto di non scrivere altro, in merito: nel mezzo di questo cammino, penso quello che deve rimanere da questa esperienza comune e insieme solitaria, sono le vite delle persone, non il consenso per governare il caos ancora per qualche anno. Bisognerà decidersi a scegliere e io credo di averlo fatto. Intanto faccio il mio dovere. Speriamo, bene. Anche se occorre la ben nota massa critica, per muovere le montagne.

domenica 29 marzo 2020

L'Originale.

Ci serve un artista fuori dalle regole, originale e quindi irripetibile, per fasi della vita come questa. Serve, perché essere unici, passionali e irripetibili ci indica un modo di essere che possiamo personalizzare. Qui e ora bisogna cercare appigli, di quelli solidi.
Jimi Hendrix è stato l’artista più originale del rock e del rhythm&blues. Era mancino e però usava chitarre normali, quelle preparate per chi suonava con la mano destra. Gira la testa solo a pensarci.
Iniziò a suonare sentendo il blues di Robert Johnson e B.B. King. Suonò con Little Richard, Wilson Pickett, Solomon Burke. Che curriculum!
Il successo a cui andò incontro lo travolse, facendolo precipitare nel mondo terrificante delle droghe. Gli incendi delle sue chitarre alla fine dei concerti sono collegati a questa forma di autodistruzione. Come ammonimento, forse, a non commettere atti irrimediabili e come tributo alla gloria del rock.
Ci interessa il suo blues: fu un esponente del blues ancestrale, brusco, di strada e fu naturale che evolvesse verso il rhythm&blues metropolitano e il soul. Sempre con una energia esplosiva, con una forza creativa e originale che non hanno mai avuto pari.
La sua vita si interruppe da giovane, nel 1970, ma la sua lezione trascende le barriere del tempo.

Lo ascoltiamo in un pezzo in cui sminuzza e stropiccia il blues normale in 12 battute. La vera libertà, senza rinunciare alla allegria, alla gioia di suonare.

Jimi Hendrix: Red House.

giovedì 27 febbraio 2020

Memorie a comando.


Chi ha a che fare con partiti, identità e appartenenze sa, anche inconsciamente, che sarà sempre vittima delle elezioni, sia come elettore che come attivista.
La strategia elettorale dei partiti e movimenti è in fondo tutta uguale: attirare consensi da elettori di altri partiti e da nuovi elettori, conservare il più possibile i consensi dei propri elettori. I gestori del consenso devono confermare la fiducia di chi è già stato convinto e devono creare fiducia in chi non lo è ancora.
Il primo tipo di messaggi fa appello alla tradizione e alla memoria collettiva del partito, se c’è. Il secondo deve fare risaltare il progetto, il programma per il futuro.
In tempi “normali”, quando li abbiamo per caso attraversati, i due tipi di messaggi possono coesistere, mentre i problemi diventano tragicomici quando il partito deve fare una svolta strategica che mette in gioco la sua identità (ad esempio, un cambiamento di alleanze, come recentemente accadono in gran numero senza ritegno).
In questo caso la sua storia deve essere rivisitata, gli accenti e i silenzi spostati, così come devono essere modificati i programmi, ignorando clamorosamente (per alcuni, in modo necessario per altri) alcuni passaggi storici fondanti.
Questi processi avvengono con difficoltà, sono i cosiddetti bocconi amari da digerire; contrasti e resistenze interne mettono a dura prova la fedeltà degli antichi militanti e sostenitori, alcuni dei quali non si riconosceranno più nella nuova entità che emerge dalla 'svolta' e abbandoneranno il partito. Le chances di sopravvivenza del partito dipenderanno dalla sua capacità di far fronte al problema della divaricazione tra memoria e progetto.
Ah, la memoria: a volte sparisce, a volte ricompare. Molte volte, compare.