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martedì 31 marzo 2026

Erano anni veri?

 In questo eterno presente si perde la memoria. Non solo quella antica, ma anche quella recente, dell'altro ieri.

Erano i tempi del Nobel ad Arafat, Peres e Rabin. Nel 1994. Sembrano passati secoli. Se si soppesano i Nobel di allora e quelli di questi tempi osceni, si resta tramortiti dalla voragine simbolica e culturale che divide i trent'anni in questione.

Nel 1994 il re della guerra, Trump, annaspava in gravi difficoltà economiche e finanziarie. Perse in quell'anno più di un miliardo di dollari e in molti suoi colleghi nella rapacità non avrebbero scommesso nulla sulla sua “ripresa”. Come si sbagliavano.

In quegli anni, prima che il terrorismo palestinese diventasse ancora più feroce e prima che Israele andasse in mano alle destre violente, il confronto tra ebrei e cristiani ancora permetteva confronti del seguente livello: “al sesto giorno di azione, Dio cessò di agire o si riposò?”

La domanda richiede forme di riflessione ora sconosciute a noi e ai violenti che governano con la paura nelle bocche di cannone pronte a sopprimere la nostra forma di vita.

Come recuperare speranza?

mercoledì 11 marzo 2026

Il rifiuto della ricerca del senso di alcune parole.

 

Il rifiuto della ricerca del senso di alcune parole.

Negare l’evidenza è un mezzo portentoso di difesa. Di fatto quello che succede nella nostra società non tocca gli interessi di tutti i cittadini contemporaneamente e molti non si sentono in alcun modo toccati dai limiti e norme imposte dai governi, dalle Istituzioni. Questo fatto, a noi cittadini, come dire, normali, ci mette provvisoriamente al riparo dalle intenzioni di maggiore controllo delle classi temporaneamente in vetta al potere e contemporaneamente fa percepire come lontani i cambiamenti sociali. Tiriamo avanti lo stesso e le difficoltà sono di tutti e per tutti.

Se ci si ferma un solo secondo a riflettere ci si rende conto che non è così. Un senso di incapacità alla reazione ci assale; i problemi quotidiani fanno il loro lavoro, ci usurano, ci indeboliscono.

Se stanno bene gli ultimi stanno bene praticamente tutti. E siccome gli ultimi stanno peggio da un bel po’ sarebbe il caso di fare in modo di stare meglio tutti, almeno nelle intenzioni. Almeno dovremmo cercare di identificare i problemi sociali e difendercene.

E’ da qualche tempo che avverto un certo andamento lento verso forme di autoritarismo, evidentemente in cerca di assetti diversi della politica e della derivante burocrazia. Per un cittadino qualsiasi come me, l’autoritarismo, sebbene e per fortuna ancora non conclamato, è un sistema dove la classe politica non rende conto del proprio operato, dove non esiste una mobilitazione politica capillare e in cui un leader, o a volte un gruppo neanche troppo numeroso, esercita il potere nella apparente normalità.

Sarebbe importante, e non aspetto altro che leggere considerazioni degli scienziati della politica del merito, una ricerca sulle credenze che sostengono l’autoritarismo o forme simili del potere e sul ruolo dei cittadini nel processo politico.

Apparentemente ci sono dei fatti che sembrano dare alibi all’autoritarismo: c’è un grado più elevato di sviluppo economico e sociale, come l’occupazione che cresce ma a salari bassi, troppo bassi. La burocrazia tende a escludere dalla vita politica settori popolari politicamente attivi, la coalizione tra alcune industrie, come l’industria bellica e i tecnocrati dei settori pubblico e privato, sempre in collaborazione con le analoghe industrie di altri potenti Paesi e pure con il sostegno delle classi sociali minacciate dalla mobilitazione operano giustificando i loro investimenti come indispensabili.

Cosa sta cambiando? Non so, non ho gli strumenti per capire. Cerco sempre di non perdere la fiducia, ma mi pare che si stia perdendo la capacità di mobilitarsi e di partecipare all'attività politica. Siamo remissivi nei confronti della privatizzazione e degli incentivi non ideali, inclusi gli interessi economici personali. Pochi diritti chiesti e dati, ottenuti. L'apatia e l'indifferenza politica sono tollerate, anzi, incentivate. Il caso del prossimo referendum sulla Giustizia è un’eccezione: qui conta il singolo voto, quindi si affannano a coinvolgere su questioni apparentemente tecniche, ma ricche di segnali premonitori. Questione che va arginata, i poteri dello Stato dovrebbero essere… Basta così, non sono un tecnico ma avverto rischi, eccome se li avverto.

Buon voto.

venerdì 13 febbraio 2026

Referendum? Cose da vecchi.

? Cose da vecchi.

Referendum? Cose da vecchi.
Le elezioni o i referendum non hanno più, dovremmo farcene una ragione, significato sostanziale e non caratterizzano un’effettiva competizione. Nel senso che sono fuori portata da giustificazioni generali da parte di elettori assuefatti. Esse hanno soprattutto un significato simbolico di legittimazione, espressione di consenso e sostegno a favore del governo da parte di una società civile controllata e non autonoma.
Nella nostra società, segmentata, se non frammentata, su questioni “calde” (ad esempio, l'integrazione razziale o l’attuale “chiamata a sostegno” sulla “Giustizia”), il referendum è controproducente: non chiude ma semmai aggrava i conflitti, mantiene costanti le differenze ed istiga malumori sociali.
Esiti negativi di referendum in qualsiasi forma, incideranno sul dibattito politico-parlamentare in materia di riforme istituzionali e costituzionali. Convincerà i parlamentari non a parlarsi politicamente, ma a frammentare, ridurre, minimizzare sostanzialmente i quesiti referendari, facendoci votare su questioni di portata più circoscritta, questioni che appaiono urgenti e maturi solo a costoro.
Perditempo. Trafficoni. Intrallazzatori. Petulanti. Doppiogiochisti. Giocatori d’azzardo. Interessati al Potere e null’altro. Sto parlando degli incollati alle poltrone con ideologia a corredo, certo.
E quindi non voteremo, a parte i tifosi.