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giovedì 23 ottobre 2025

L'attesa pubblica.

 


L’attesa pubblica.

L’attesa per essere sottoposto a una visita medica presso una struttura pubblica è, alla mia età, una evenienza frequente. Dipende forse dal fatalismo che cresce con l’andare del tempo; dalla facilità relativa con cui si raggiungono le sedi dove si svolgono le visite; dalla consapevolezza che la sanità pubblica è sottoposta ad uno stress continuo. Non mi considero un privilegiato: privilegiato è chi sta abbastanza bene da non dover ricorrere a visite mediche se non sporadicamente.

I problemi veri diventano quasi insormontabili quando le patologie assorbono troppe energie. Quando non c’è alternativa al trattamento medico e clinico; quando le vite vengono trasformate in un inseguimento di un benessere fisico ormai mito, leggenda, desiderio e lavoro.

Ecco, la malattia da curare è un secondo lavoro, se non un primo lavoro. Assorbe tutto l’essere. Pretende il rispetto di scadenze fisse da rinnovare, controlli, interlocutori almeno cordiali. E, come tutte le attività umane, prevede che non siano i disguidi, i ritardi, gli equivoci a dettare e scandire le ore.

La pazienza assume in queste fasi un valore enorme: lo stato di disagio fisico trasforma le persone in pazienti, qualsiasi significato questa parola assuma.

Lo specialista osserva, chiede, si informa. Se serio, comprende anche lo stato d’animo e le difficoltà del paziente. Nelle strutture pubbliche – non convenzionate, non private – queste necessità si acuiscono, diventano bisogni essenziali nel momento della richiesta di rimedi e della proposta di cure.

Per stare bene con chi si convive, nell’ambiente sociale in cui ci si muove, serve stare bene. Lo chiede questa società dei consumi estremi. Bisogna avere la buona sorte di stare bene fisicamente, psicologicamente, con una posizione economica almeno accettabile. Se non si sta bene, questo tipo di società si pregia di dare assistenza in modo, come dire, asimmetrico. Di alcuni servizi medici c’è la presenza, di altri c’è estrema carenza. Ma dei pazienti, i pazienti in tutti i sensi, si capiscono poco, mi pare, le esigenze e le difficoltà a convivere con le patologie.

Chi non sta bene, ha il diritto di non essere paziente.

Attendo di fare le visite e cerco di essere un paziente consapevole.

martedì 21 ottobre 2025

Sereni?

No. Non c'è da stare sereni.

Si può fingere di esserlo, si può essere fatalisti fino a quando dura una presunta autonomia territoriale che è vero isolamento culturale e fino a quando si decide di infischiarsene.
Ma non ci si può eclissare per sempre. Neanche ignorando dietro paraventi da "dolce vita che non c'è", il mostro si muove.
Come si muove? Lo vedremo ora, come si muove: vedremo come si agiterà, il mostro, per dividersi le somme per la ricostruzione dei territori distrutti. Questo è il metro per verificare quanto è costata la carneficina e la distruzione di un territorio già pesantemente condizionato da terrorismo e oppressione.
Se vogliamo guardare la situazione dal punto di vista delle vittime in vita o delle vittime ormai perse. Dal punto di vista economico (cinismo assoluto), è tutto un affare che fa lucrare miliardi.
La "riparazione dei danni di guerra", la chiameranno. Per molti approfittatori sarà un'occasione per investire, continuare ad arricchirsi, fare propri territori forse da sfruttare per risorse nascoste sotto migliaia di cadaveri, deserti e mari antistanti.
Due righe tratte da uno studio di una rivista specializzata (Archivio Giuridico Filippo Serafini) forse servono. Ma non ho pretese di suscitare interesse in tutti.
Dolorosa lettura, che riguarda noi italiani. Se ancora lo siamo.
"Interi paesi arsi e demoliti; consumati in un forzato pellegrinaggio tutti i risparmi degli abitanti; incolte e devastate le campagne; abbattute e rovinate le foreste; disperso il bestiame; colpiti da sincope gli istituti di credito, svaligiati i negozi; fermo da mesi il lavoro degli stabilimenti."...