La Lista Civica, serve?
La prima considerazione che mi viene in mente è che c’entra moltissimo il gradimento e la notorietà locale del candidato a Sindaco in una elezione locale. Le liste civiche a sostegno sono una espressione logica del pensiero del candidato forte. Se il candidato a Sindaco non è dotato di ampia autonomia rispetto ai partiti di riferimento o di collocazione ideologica, la necessità di affrontare situazioni particolari e problemi di carattere territoriale precisi può portare alla ricerca di soluzioni di coalizione diverse da quelle nazionali. E questo è un limite, secondo me. Da elettore schierato non la vivrei bene, vista la inevitabile variabilità delle decisioni che una simile amministrazione a guida personalistica potrebbe prendere.
Il contesto elettorale sarebbe contraddistinto dalla
indispensabile “visibilità sociale” del candidato Sindaco. Potrebbe realizzarsi
quello spiacevole imprevisto dettato da movimenti politici locali di “notabili”
o presunti tali. Questo tipo di situazione fa entrare dentro la competizione
questioni che riguardano la posizione economica autonoma, la posizione sociale,
l'attività politica svolta in modo occasionale e, presumibilmente, in rottura
con le strutture dei partiti tradizionali. La qual cosa non è sempre negativa,
solo che separa sempre più la posizione politica del candidato dalla esclusiva “sapienza
e autonomia amministrativa” nella gestione del Comune. Resta un problema di non
poco conto, questo. Chi preferisce separare l’amministrazione contabile, ragioneristica
e progettuale dal pensiero politico a guida delle decisioni, potrebbe incorrere
in decisioni contraddittorie, deludendo gli elettori – esclusi coloro che
scelgono la persona a prescindere votando una delega in bianco – che vorrebbero
ognuno essere assecondati nei loro desideri e attese.
I membri delle liste civiche e i loro sostenitori si
riuniscono solo periodicamente, in occasione delle elezioni, per preparare le
liste dei candidati e la campagna elettorale. E’ una sorta di associazione
basata essenzialmente su individualità in una situazione di ristretta
competizione elettorale. Il partito è (dovrebbe essere) invece organizzato
sulla base di comitati elettorali e il rapporto con i gruppi di elettori non è
basato su meccanismi di delega, ma sulla fiducia verso chi la pensa allo stesso
modo. Teoricamente, come ci dimostra la politica ondivaga a livello nazionale
dei partiti sopravvissuti al populismo.
I
partiti, anche a livello locale, avrebbero (dovrebbero avere) invece una articolata
organizzazione, da cui deriverebbe rapidità di decisione, uniformità, disciplina;
cose che ne farebbero uno strumento politico molto più efficiente ed efficace
delle liste civiche.
Guardiamo lo scenario attuale, in cui anche partiti organizzati a livello nazionale presentano localmente situazioni talmente scabrose da finire con il facilitare la nascita di movimenti locali insubordinati a qualsiasi logica politica coerente. Le correnti personali nelle singole sezioni del territorio trasformano la mancanza di un’ideologia complessiva decisa dalle assemblee nazionali, dai congressi e dalle segreterie, in singole tribù guidate dal potente di turno, con deviazioni che, quando non fanno accapponare la pelle per le contraddizioni che determinano, fanno intendere che la politica è sfruttata anche localmente per coltivare interesse personali o, al massimo, di famiglia e club molto ristretti. Questa ondata dei personalismi dovrà essere in qualche modo smorzata, pena il disinteresse (in fondo voluto dai candidati e dai dirigenti di partiti e movimenti) verso il momento elettorale. Non stiamo scegliendo un bel niente. Si vede, si?
