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domenica 23 novembre 2025

La Lista Civica, serve?

 


La Lista Civica, serve?

La prima considerazione che mi viene in mente è che c’entra moltissimo il gradimento e la notorietà locale del candidato a Sindaco in una elezione locale. Le liste civiche a sostegno sono una espressione logica del pensiero del candidato forte. Se il candidato a Sindaco non è dotato di ampia autonomia rispetto ai partiti di riferimento o di collocazione ideologica, la necessità di affrontare situazioni particolari e problemi di carattere territoriale precisi può portare alla ricerca di soluzioni di coalizione diverse da quelle nazionali. E questo è un limite, secondo me. Da elettore schierato non la vivrei bene, vista la inevitabile variabilità delle decisioni che una simile amministrazione a guida personalistica potrebbe prendere.

Il contesto elettorale sarebbe contraddistinto dalla indispensabile “visibilità sociale” del candidato Sindaco. Potrebbe realizzarsi quello spiacevole imprevisto dettato da movimenti politici locali di “notabili” o presunti tali. Questo tipo di situazione fa entrare dentro la competizione questioni che riguardano la posizione economica autonoma, la posizione sociale, l'attività politica svolta in modo occasionale e, presumibilmente, in rottura con le strutture dei partiti tradizionali. La qual cosa non è sempre negativa, solo che separa sempre più la posizione politica del candidato dalla esclusiva “sapienza e autonomia amministrativa” nella gestione del Comune. Resta un problema di non poco conto, questo. Chi preferisce separare l’amministrazione contabile, ragioneristica e progettuale dal pensiero politico a guida delle decisioni, potrebbe incorrere in decisioni contraddittorie, deludendo gli elettori – esclusi coloro che scelgono la persona a prescindere votando una delega in bianco – che vorrebbero ognuno essere assecondati nei loro desideri e attese.

I membri delle liste civiche e i loro sostenitori si riuniscono solo periodicamente, in occasione delle elezioni, per preparare le liste dei candidati e la campagna elettorale. E’ una sorta di associazione basata essenzialmente su individualità in una situazione di ristretta competizione elettorale. Il partito è (dovrebbe essere) invece organizzato sulla base di comitati elettorali e il rapporto con i gruppi di elettori non è basato su meccanismi di delega, ma sulla fiducia verso chi la pensa allo stesso modo. Teoricamente, come ci dimostra la politica ondivaga a livello nazionale dei partiti sopravvissuti al populismo.

I partiti, anche a livello locale, avrebbero (dovrebbero avere) invece una articolata organizzazione, da cui deriverebbe rapidità di decisione, uniformità, disciplina; cose che ne farebbero uno strumento politico molto più efficiente ed efficace delle liste civiche.

Guardiamo lo scenario attuale, in cui anche partiti organizzati a livello nazionale presentano localmente situazioni talmente scabrose da finire con il facilitare la nascita di movimenti locali insubordinati a qualsiasi logica politica coerente. Le correnti personali nelle singole sezioni del territorio trasformano la mancanza di un’ideologia complessiva decisa dalle assemblee nazionali, dai congressi e dalle segreterie, in singole tribù guidate dal potente di turno, con deviazioni che, quando non fanno accapponare la pelle per le contraddizioni che determinano, fanno intendere che la politica è sfruttata anche localmente per coltivare interesse personali o, al massimo, di famiglia e club molto ristretti. Questa ondata dei personalismi dovrà essere in qualche modo smorzata, pena il disinteresse (in fondo voluto dai candidati e dai dirigenti di partiti e movimenti) verso il momento elettorale. Non stiamo scegliendo un bel niente. Si vede, si?