Da qualche giorno mi confronto con due contrapposte opinioni che riguardano il comportamento delle Forze dell’Ordine rispetto alla microcriminalità e alla criminalità nelle città italiane, piccole o grandi.
Il caso Ramy chiama alla riflessione le coscienze civiche di tutti, non bisognerebbe passare sopra i fatti come se fossero estranei alla vita quotidiana di tutti.
Si tratta di schierarsi? Non credo che sia una “partita” di tipo sportivo, con tifosi che urlano “a morte, a morte” o altri che strillano “lasciateli andare”.
Qui si tratta di aderire alle regole che qualcuno ha dato alle Forze dell’Ordine o proporre cambiamenti degli “ingaggi” di queste persone che si occupano della sicurezza dei cittadini.
Vorrei vivere in un Paese in cui il comportamento sbagliato di persone di qualsiasi provenienza e status sia contrastato in modo uniforme. Se, da un lato molto vasto, si preferisce il contrasto “energico” fino alle estreme conseguenze per chi vive presumibilmente ai margini della legalità, con un desiderio espresso ora ad altissima voce, di utilizzare qualsiasi mezzo per “mettere a terra” chi compie reati o adotta comportamenti incivili, dall’altro si pensa che il senso della misura nelle azioni di dissuasione e cattura dei presunti colpevoli debba avvenire senza mettere a rischio di persone che non sono colpevoli fino a prova contraria.
Stupefacente il modo sommario con cui si chiede di essere intransigenti fino alla morte dei protagonisti. Questo cinismo mediatico è insopportabile. Regge fino a quando non si è direttamente interessati dal fenomeno.
Il passo successivo è, quindi, secondo un cittadino qualunque che manifesta sconcerto, informarsi sulle disposizioni ufficiali nel merito del controllo dei presunti fenomeni delinquenziali come il caso di Ramy sta evidenziando. Ramy è morto, come sia morto è cosa che dovrebbe riguardare tutti.