Sto sui social, male e poco. Cosa significhi stare sui social, male e poco, non lo so bene. Se un parametro deve essere seguito, sembra essere quello del successo in termini di mi piace, di commenti per lo più favorevoli, di un seguito persino silente ma attento di chi gira su queste giostre gratuite solo apparentemente.
Sto di più su due social. Sono facili, sono senz’altro manipolati ma sono facili da usare. A stare bene attenti su questi mezzi si può pubblicare persino qualche opinione sul confine del politicamente corretto, del politicamente opposto. Su uno dei due è più complicato, serve sintesi. Questa faccenda della sintesi richiesta, sul social schierato, è un limite poco gradevole, un limite quasi insormontabile, per me.
Uno è un social delle amicizie, diciamo. Facili ricordare con l’aiutino; su cui è facile puntualizzare pareri ed opinioni, facile allegare immagini. Una pacchia mediatica. Lo sfottò è ancora consentito. A volte è limitata la pubblicazione, ma si sopravvive.
L’altro è scontroso, in mano ad una proprietà schierata, aperto apparentemente ma chiuso in modo serrato nei fatti. Non compaiono mai posizioni mediate, non c’è spazio per spiegazioni estese, il dialogo tra parti diverse è inesistente.
Però si può litigare, insultare, minacciare querele, titolare senza tregua su ogni cosa, riportare titoli di media schierati a volontà, diciamo.
E qui ti voglio: ogni post di X è un titolo immodificabile, una sentenza inappellabile che stabilisce chi sta con chi, chi è peggio di chi, chi ha sempre ragione e in virtù di cosa, sondaggi perfetti, responsabilità precedenti senza possibilità di smentita ripetute migliaia di volte. Aggiornamenti continui, assillanti.
Può star bene, a molti: in fondo, i media sono cambiati ed ognuno ha il diritto di esprimersi come ritiene opportuno e internet ha consentito di digitare a chiunque volesse esporsi anche con facezie esilaranti. Sta bene.
Ma prendo a caso alcuni titoli dei post, una volta twitt (ora non sia mai scritto, è passato di moda, il proprietario è un po’ particolare, diciamo). L’orario è il pomeriggio inoltrato, chi è seguito da me che sono di una sinistra non troppo diffusa ma con bandiere ben individuabili pubblica regolarmente le nostre battaglie, i risultati, le analisi, le critiche da opposizione convinta. Il guaio è che mi sono convinto che seguire le altre parti politiche (profili di partiti, movimenti, segreterie, cariche istituzionali, ministri, giornalisti, ecc.) fosse equilibrato, che servisse a stabilire un equilibrio tra fonti e posizioni diverse. Che tutto questo sforzo avesse un senso per cercare di sapere le direzioni politiche degli attori politici di questo sfortunato Paese. Macchè. E’ un caos di accuse. Una baraonda, una confusione di profili “aggregati” che compaiono con opinioni violente non richieste. Insulti, oltraggi all’intelligenza (qualche volta artificiale od artificiosa, credo), Un insieme di parole urticanti, urlanti, strepitanti; una serie di parole che hanno a che fare con rese dei conti.
Un vero coacervo di inutili invettive senza possibilità di essere prese in considerazione.
Ma è la pubblicità dei partiti quella che non manca: elenchi interminabili di complimenti, congratulazioni, soddisfazioni espresse senza contegno per ogni minimo risultato, anche per una mozione insignificante; per sondaggi con aumenti del consenso che manco il pil, autoelogi per decisioni che riguardano solo alcuni, l’Italia spacca nel Primo Mondo.
Non c’è autocritica, presso la classe, meglio, le classi dirigenti di questo Paese. Lo avrete notato. Chi sta male, economicamente o qualitativamente, in questa vita difficile è escluso da questo contesto di pazzi scatenati senza possibilità di cadere con i piedi nella realtà. Ma alla realtà dicono tutti di rifarsi. Probabile che ci credano veramente. La loro singola, ridicola egoistica realtà di lettori di fumetti mancati può arrivare a questo. Perché il danno che si sta verificando è proprio questo: ognuno vive la sua realtà complessa e ne fa un caso generalizzato, come se riguardasse tutti. Non è così, e lo sanno bene persino i segretari di partito, figuriamoci i governanti.
Fare autocritica, rallentare un momento prima, pensare un poco. ‘Sti italiani, non si riconoscono più. Almeno quelli sui social.
